Capitolo terzo 

EVOLUZIONE, 
COME?

Introduzione
T. F. Heinze Intro
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L'idea generale dell'evoluzione è che tutte le piante e gli animali attuali sono pervenuti alla loro forma odierna a partire da una semplice cellula unica mediante uno sviluppo graduale milioni di anni or sono. La teoria poggia quindi sul presupposto necessario che vi sia un cambiamento dal semplice al complesso. Partendo da un animale unicellulare, il cambiamento puro e semplice, allorché non fosse accompagnato da complessità, non ci avrebbe dato che animali uni-cellulari differenti e non avrebbe mai potuto produrre quanto viene attribuito all'evoluzione.

Gli evoluzionisti credono che l'evoluzione sia avvenuta attraverso la selezione naturale, cioè la sopravvivenza del più adatto verificatasi mediante variazioni dovute al caso. Di ciò discuteremo in seguito. Basti dire qui che ogni idea errata deve contenere una buona parte di verità; altrimenti non sarebbe mai accettata. Questo è altrettanto vero per l'evoluzione come per qualunque altra cosa. Il fatto che si verifichi nella realtà una certa selezione operata dalla natura non prova tuttavia che tutte le piante e gli animali che esistono oggi siano pervenuti alla vita in tal modo. Ciò equivarrebbe a dire che poiché il fango è marrone tutto ciò ch'è marrone è fatto di fango.

I fatti concordano meglio con la spiegazione data dalla Bibbia, secondo cui Dio creò vari tipi generali di piante e di animali e questi si riproducono secondo il tipo cui appartengono. La selezione naturale che avviene su questi tipi fondamentali potrebbe spiegare in maniera molto più logica le variazioni attualmente rinvenute di quanto non possa spiegare un cambiamento dalla più semplice cellula unica alla più complessa vita di oggi.
 

Il metodo dell'evoluzione

Se l'evoluzione è realmente avvenuta, deve esservi qual-che mezzo biologico mediante il quale si poteva verificare. Naturalmente gli evoluzionisti hanno molto riflettuto su ciò ed esperimentato. Il pensiero di Lamarck a tale riguardo era che l'organismo si adattava al proprio ambiente e che la sua discendenza ereditava i caratteri acquisiti dai genitori. Lamarck riteneva anche che gli organismi davano vita a nuovi organi quando se ne presentava la necessità e che lo sviluppo di questi ultimi era proporzionale al loro uso. Si tratterebbe in questo caso di un metodo quasi perfetto di attuazione dell'evoluzione. L'idea tuttavia si ferma di fronte ad un problema insormontabile, che è quello che le cose non vanno in tal modo!

Con la venuta della scienza sperimentale fu ben presto chiaro che i cambiamenti verificatisi durante la vita di un organismo non si trasmettono ai suoi discendenti.

Un esperimento fatto per stabilire questo fu quello di tagliare di generazione in generazione la coda ai topi. La prole continuò a nascere con la coda della stessa lunghezza. Se ci avessero pensato, gli Ebrei hanno fatto la circoncisione per più di 3000 anni con simile risultato. Se i caratteri acquisiti dai genitori fossero ereditati dai figli, dovreste avere grossi muscoli nel caso che vostro padre li avesse sviluppati facendo lavori fisici che voi non avete fatto. Se voi avete imparato a suonare il piano, i vostri figli dovrebbero saperlo fare, e così via. Non avviene così neppure per quei piccoli mutamenti che numerose generazioni acquisiscono, nonostante il fatto che di tanto in tanto qualche scienziato annunzia di aver scoperto il contrario di qualche piccola eccezione. La scienza oggi non considera più come spiegazione razionale dell'evoluzione umana, la teoria che ebbe molto peso ai tempo di Darwin, cioè che fossero trasmesse da genitori a figli le caratteristiche acquisite mediante l'adattamento all'ambiente.

L'aspetto più importante della teoria di Darwin era la lotta per la vita e la sopravvivenza dei più forti. L'idea era che gli organismi che subiscono variazioni utili sopravviveranno per riprodursi e trasmettere ai loro discendenti le proprie capacità. Quest'idea sembra buona, ma deve funzionare entro i limiti delle leggi dell'eredità. Dopo il riconoscimento intorno al 1900 del valore dell'opera di Gregorio Mendel, padre della scienza della genetica, gli scienziati hanno imparato molto sulle leggi della genetica, scoprendo che esse non forniscono il tanto ricercato metodo attraverso il quale avrebbe potuto prodursi l'evoluzione. Un'occhiata a queste leggi ce ne dirà il perché.

Le leggi di Mendel

1. La legge della segregazione. Nella formazione delle cellule di riproduzione, coppie di geni determinanti una data caratteristica si separano fra di loro entrando in differenti cellule di riproduzione.

2. Legge dell'assortimento indipendente. Nella formazione delle cellule della riproduzione, i geni aventi caratteristiche diverse (per esempio, lunghezza dello stelo e colore del fiore) si assortiscono indipendentemente l'uno rispetto all'altro. Nella fecondazione si riassortiscono per caso.

Le leggi di Mendel mostrano che i caratteri recessivi possono mancare per una o più generazioni per riapparire più tardi. Quando riappaiono sono gli stessi di prima e non costituiscono una nuova caratteristica aggiunta. Ad eccezione delle mutazioni, quello che può sembrare nuovo in un animale o in una pianta non è altro che una nuova associazione di caratteristiche già esistenti negli antenati. Contrariamente a ciò, Darwin credeva che si verificavano continue piccole variazioni nuove.

Applicando la teoria di Darwin della selezione naturale alle leggi dell'eredità, gli organismi con caratteristiche che li rendono meno capaci di gareggiare nella lotta per l'esistenza, eliminano queste caratteristiche morendo senza moltiplicarsi. I caratteri buoni possono esser trasmessi dai genitori che li possiedono, ma deve trattarsi sempre di caratteri esistenti nel sistema ereditario. La selezione naturale e la lotta per l'esistenza possono operare reali cambiamenti nelle generazioni successive, come è stato mostrato controllando artificialmente questa selezione per procreare galline con più carne e meno ossa, e così via. Ma non poteva essere questo il metodo seguito dall'evoluzione, poiché non aggiunge nulla di nuovo, non facendo che operare una selezione e facendo risaltare i caratteri già presenti nel meccanismo ereditario. La vita non avrebbe mai potuto progredire passando da una semplice cellula alla complessità che vediamo ora con questo metodo, poiché non viene aggiunto nulla di nuovo.

La poliploidia

Un altro fenomeno che sembrava offrire qualche speranza come possibile soluzione circa i mezzi attraverso i quali avrebbe potuto verificarsi l'evoluzione è la poliploidia. Si tratta del risultato di una divisione cellulare anormale nel quale una cellula riceve un numero di cromosomi multiplo di quello abituale. Non è difficile sperimentare la poliploidia poiché esiste una sostanza chimica in grado di provocarla.

La poliploidia produce generalmente piante gigantesche e si è mostrata molto utile di recente per produrre frutti e fiori molto più grandi di quelli ottenibili con mezzi normali. Essa può anche essere impiegata per produrre quelle che vengono a volte classificate come nuove specie perché si riproducono fra di loro ma sono sterili se incrociate con le piante normali che le producono. Questo metodo tuttavia è di poco aiuto per l'evoluzionista alla ricerca del meccanismo dell'evoluzione, poiché non si aggiunge nulla di nuovo. Si tratta di un raddoppiarsi o un triplicarsi dei cromosomi già esistenti. Inoltre la poliploidia riduce la fecondità delle piante ed è rara negli animali.

Le mutazioni

Il carattere disperato della ricerca da parte degli evoluzionisti di una possibile soluzione circa il mezzo che avrebbe potuto permettere l'evoluzione, è mostrato dal fatto che sono stati obbligati a scegliere quella delle mutazioni. E non già perché questa soluzione offra una buona probabilità logica, ma perché sono stati costretti ad eliminare tutti quei mezzi che, in un primo momento erano sembrati più adatti ad offrire reali, buone possibilità. Infatti, esaminati ad uno ad uno, quei mezzi si sono dimostrati inefficaci per permettere l'evoluzione, dato che non aggiungevano nulla di nuovo, ma rimaneggiavano soltanto quelle caratteristiche già presenti nel meccanismo dell'ereditarietà.

Nel nucleo di ogni cellula, dalla più semplice alla più complessa, esistono fili a spirale, simili a scale a chiocciola, e composti di acido desossiribonucleico, abbreviato ADN. Questi fili si trovano nei cromosomi e contengono i geni che controllano chimicamente i processi che avvengono nelle cellule.

Se l'ADN di un microbo venisse raddrizzato, sarebbe mille volte più lungo del microbo stesso. La lunghezza di quello in una cellula umana è di 1,70 metri. Abbiamo circa 60 mila miliardi di cellule in tutto il corpo che moltiplicate per 1,70 m. di ADN in ogni cellula, da 102 miliardi di chilometri. Dice il professor F. C. Crick, Premio Nobel: « Se i nastri DNA di un uomo -- di uno solo, -- venissero collegati uno di seguito all'altro, potrebbero circoscrivere tutto il sistema solare » 1 .

Un piccolo cambiamento accidentale che, occasionalmente, può verificarsi nella struttura chimica dei geni, viene chiamato mutazione. Tali mutazioni producono effetti fisici e fisiologici nell'organismo per la maggior parte dannosi, se non addirittura mortali. La maggior parte delle mutazioni sono di carattere recessivo, e perciò l'effetto non diviene evidente fino a che un individuo non riceve tali geni da tutti e due i genitori. Animali, piante ed esseri umani che hanno un gene mutante e che sopravvivono, lo trasmettono alle generazioni successive.

Paragoniamo l'ADN al nastro di un cervello elettronico che porti istruzioni per dirigere una fabbrica funzionante con l'automazione. I geni, i quali forniscono un codice chimico, potrebbero essere paragonati ai singoli messaggi incisi sul nastro, che dirigono il lavoro della fabbrica. Nella fabbrica, i messaggi appropriati provenienti dal nastro, sarebbero portati alle varie macchine. Nelle cellule, copie dei messaggi emanati dall'ADN vengono portati da un'altra sostanza chiamata ARN *, ai meccanismi della cellula che pro-ducono le migliaia di sostanze chimiche, diverse ed altamente complesse, necessarie alla vita. Nel caso delle forme di vita superiori, certi organi, le ghiandole per esempio, producono sostanze chimiche che vengono usate nel corpo assai lontano dal punto in cui sono prodotte.

Copie del nastro del cervello elettronico (o ADN) vengono prodotte e trasmesse da genitori a figli col riprodursi della famiglia, e nascono così « nuove fabbriche ».

Immaginiamo ora che le fabbriche costruiscano piccoli motoscooter giocattolo. Se nel momento in cui viene copiato il nastro, si verificasse un errore, il motoscooter potrebbe venir fuori con un manubrio rotto, o mancare di un faro, ma sarebbe difficile concepire la possibilità di un errore accidentale che provocasse la fabbricazione di una ruota di ricambio e la mettesse al posto giusto. Credere perciò che se si facessero alquanti errori selezionati nel copiare il messaggio, si porterebbe la fabbrica a produrre veri moto-scooter e quindi automobili ed infine aviogetti, sarebbe proprio come credere che le mutazioni o i cambiamenti accidentali nei geni potrebbero trasformare una cellula in pesci, rettili, uccelli e mammiferi.
 

« In altri termini, l'ateo vorrebbe farci credere che, se delle dattilografe dovessero copiare l'esemplare di un libro riguardante il meccanismo e la costruzione di motoscafi fuoribordo e ripetere più volte il lavoro di copiatura, i loro eventuali errori potrebbero trasformare gradualmente il libro in istruzioni tecniche per la costruzione ad esempio di un sottomarino atomico. È questa la difficoltà che deve affrontare il materialista: egli crede che questi errori di trascrizione, invece di dar vita ad un'opera priva di nesso, come sarebbe logico supporre, assumerebbero man mano lo stesso tono tecnico che ci si potrebbe aspettare dai migliori cervelli del mondo. Le istruzioni date per fare un riccio di mare si perfezionerebbero, dal punto di vista della quantità e della tecnica, sì da dare come prodotto, un uomo »2.


In pratica un essere vivente sta in un equilibrio tanto delicato che le varie parti devono funzionare quasi perfettamente perché rimanga in vita, e la possibilità di un cambiamento accidentale che lo migliori, è molto minore della possibilità che avrebbe un orologio che cade a terra di funzionare meglio. Anzi sappiamo bene che con maggior violenza lo scagliamo a terra, minori sono le probabilità che esso continui a funzionare. Lo stesso avviene nelle mutazioni: quanto maggiore è il cambiamento, tanto minori sono le possibilità che l'organismo sopravviva. Quello che si è veramente osservato nelle mutazioni è che provocano degenerazione e, quando si verificano in vaste proporzioni, l'organismo ne viene distrutto.

È possibile che un numero veramente infinitesimale delle mutazioni osservate può realmente recare vantaggio, ma tuttavia è possibile che la maggior parte, se non la totalità, di queste mutazioni « buone » costituiscano correzioni di precedenti mutazioni nocive. Per esempio, allorché si fosse lasciato cadere un orologio su di un lato e qualcosa all'interno si fosse storto, il lasciarlo cadere sull'altro lato potrebbe eccezionalmente, raddrizzare la deformazione precedente.

Chiunque sia convinto che le mutazioni costituiscano il processo per mezzo del quale sono venute alla vita tutte le cose meravigliose che esistono intorno a noi, troverà difficoltà a credere nel carattere nocivo, e non già utile di esse. Per convincersi della veridicità di questa affermazione, basterà esaminare l'atteggiamento della scienza verso le radiazioni atomiche, che aumentano la frequenza delle mutazioni. È noto a tutti come il timore che l'accrescersi delle radiazioni in seguito ad esperimenti atomici causasse un numero sempre crescente di mutazioni, sia stato tale da indurre Russia e America, sempre discordi su ogni problema, di accordarsi nel porre termine a tali esperimenti nell'atmosfera. Nessuno scienziato, che lo conosca, vuole che si continuino gli esperimenti nell'atmosfera perché pensa che le radiazioni, generando le mutazioni, migliorino l'uomo, benché ciò dovrebbe essere quanto mai auspicabile se queste, come si vuole asserire, ci avessero realmente portati dalla singola cellula alla vita attuale.

Tutti gli scienziati, dunque, sono concordi nel riconoscere nocive le mutazioni, quando esse coinvolgono i loro figli. In altre occasioni invece, alcuni sono disposti ad accettare per cieca fede l'idea che nel passato le mutazioni abbiano provocato effetti tanto utili da portare avanti la vita alla perfezione che osserviamo oggi. Se poi dicono che la evoluzione non si è verificata per caso, ma guidata da Dio, perciò quello che oggi è dannoso, un tempo portò beneficio, si combatte non solo contro la scienza, ma anche contro ciò che Iddio ha rivelato circa la creazione. Si segue una religione di propria fattura.

Come hanno avuto origine gli organi?

Darwin diceva: « Se si potesse dimostrare l'esistenza di qualsiasi organo complesso che non avrebbe potuto formarsi mediante numerose successive e lievi modifiche, la mia teoria crollerebbe completamente »3. Poiché Darwin non sapeva niente delle mutazioni, egli pensava che le variazioni normalmente riscontrate fra membri di ogni specie fossero in grado di fornire i mutamenti necessari. Perciò l'evoluzione non sembrò esser cosa troppo difficile. Sapendo, come lo sappiamo noi tuttavia, che queste variazioni normali non aggiungono nulla di nuovo, ma presentano solo diverse mescolanze di caratteristiche già esistenti, gli evoluzionisti odierni devono fondarsi sulle mutazioni, le quali sono quasi sempre nocive, perché si verifichino i veri e propri cambiamenti.

Ogni organo che vorremmo esaminare è molto complicato, e più complicato è un organo, più difficile è che esso sia venuto alla vita senza alcun piano intelligente. Per illustrare il problema, con una delle cose più semplici che ci viene in mente, prendiamo solo una piccola parte di un orecchio. Immaginiamo che per un piano prestabilito o per caso le parti più complicate, cioè: l'orecchio esterno, il timpano, e tutto l'orecchio interno siano già al loro posto. Tutto ciò che chiediamo all'evoluzione è di darci i tre ossicini che sono posti insieme in maniera tale da fornire una leva complessa che unisce il timpano e la membrana dell'orecchio interno per rendere l'udito un poco migliore di quanto sarebbe senza di essi.

Anche se per mezzo di mutazioni si producessero ossicini in numero sufficiente sì che tre di essi si adattassero per caso in modo da fornire una leva complessa, probabilmente essi non sarebbero al posto giusto per funzionare e sarebbero infine eliminati. Gli evoluzionisti hanno perciò cercato di formulare teorie secondo le quali le mutazioni potevano modificare le strutture esistenti sì che qualsiasi organo sarebbe utile all'organismo in ogni stadio del suo sviluppo cosicché non venga eliminato. In organi con funzioni complicate ciò diviene sempre più improbabile. Nel caso semplice degli ossicini dell'orecchio si è postulato che l'evoluzione si è verificata a partire da un tipo di rettile chiamato terapside che aveva già un ossicino nel capo che recava le vibrazioni da una delle grandi ossa della testa ad un altro. Ciò lascia da spiegare solo due ossicini. Uno di essi sarebbe costituito dalla giuntura della mascella inferiore che era all'estremità di un osso alquanto sottile. Si suppone che tale pezzo di osso si staccò dalla mascella cambiando forma e posizione per congiungersi con l'altro ossicino già sul posto. Ciò lasciava alle mutazioni il compito di sviluppare un'altra giuntura prima che il terapside morisse di fame.

Poiché una delle ossa veniva presumibilmente dalla estremità della mascella inferiore, l'altro, circa i quali si deve ancora fornire una spiegazione, sarebbe venuto dalla mascella superiore. Non mi è ancora chiaro come si supponga che ciò risolva il problema di come ogni stadio dell'evoluzione dovesse fornire qualche aiuto all'organismo per non essere eliminato. Citerò perciò l'essenziale di una delle migliori dichiarazioni in merito che uno dei principali organismi di ricerca degli U.S.A. è riuscita a trovarmi. Parlando di questi due ultimi ossicini quest'autorità dice: « Non occorre una grande immaginazione per pensare all'osso quadrato ed a quello articolato divisi, per così dire, fra le esigenze contrastanti delle funzioni masticatorie e quelle uditive, le prime richiedenti ossa massicce e stabili rivestite di muscoli, le seconde ossicine delicate mobili e sospese. Se realmente esistesse questo dilemma salomonico ne consegue che i mammiferi devono la loro esistenza a qualche sconosciuta terapside che giunse all'ispirato compromesso di conciliare le funzioni masticatorie con una giuntura nuova di zecca per consacrare queste ossa ai bisogni più impellenti dell'udito sensibile all'aria » 4.

Mi sembra ovvio che invece della terapside sia stato Iddio a vedere il bisogno ed a provvedere ai particolari. Si guardi dove si vuole, è difficile trovare un organo il cui sviluppo si possa realmente spiegare mediante metodi evolutivi.

Certi tipi di prove però sono generalmente impiegati a sostegno della teoria dell'evoluzione. Esamineremo una ad una quelle più ampiamente in voga.
 
 

Tommaso Heinze, Copyright © 1973, 2003

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